Perchè questa sconfitta pesa più delle altre

di Diego Sabatinelli

Perchè la sconfitta alle elezioni regionali del Lazio pesa più delle altre? Per come è maturata, e per le conseguenze. Se la candidatura di Emma Bonino partiva già svantaggiata per il ritardo con cui è stata presentata, dopo i vari mal di pancia nel PD e non solo, dopo la ingloriosa fine della presidenza Marrazzo e della non certo brillante prestazione della Giunta in carica, e con la Polverini già in corsa e onnipresente; nel momento in cui avviene il pasticcio della presentazione della lista del PDL a Roma cambia tutto. Non solo perché rimane fuori la lista del PDL nella provincia di Roma, ma per come avviene l'esclusione ad una settimana dallo sciopero della sete di Emma Bonino proprio sulla questione legalità, sull'impossibilità materiale di presentare le liste regionali, e, soprattutto, per l'imbarazzante “scena” di Milioni e del suo “panino”. Inoltre, non bastasse, a fronte del bassissimo profilo tenuto dal PD nei primi giorni dopo l'accaduto, nel PDL si scatena la caccia alle responsabilità interne, una notte dei lunghi coltelli che si riversa immediatamente dai rapporti di potere locale ai rapporti di potere al vertice. In tutto questo sbiadisce la figura della Polverini, abbandonata a se stessa già dalla sera della famosa convocazione a piazza del Popolo, e successivamente, in modo ancor più evidente a S. Lorenzo in Lucina nella tragica maratona oratoria, con un Fini che, facendo spallucce, dichiara di non poterci fare nulla.


 

La sensazione è di totale remissività rispetto agli accadimenti, con alcune e rare voci fuori dal coro. Berlusconi tace in questi primi giorni. Ad ognuno, ma soprattutto al sottoscritto che vive in presa diretta il momento della consegna delle liste, e con attenzione gli sviluppi successivi, sorge spontanea la domanda su cosa potrà accadere negli ultimi giorni di campagna elettorale. E delle risposte chiare già me le sono date in quelle prime ore.

 

 

Isolata la Polverini, e assodato che senza di lui, del Cavaliere, gli altri non sono buoni nemmeno a presentare una lista, compresi i pasticci e gli imbrogli naturali in questo mondo, è necessario per il leader affermare la sua onnipotenza mettendo immediatamente in riga gli altri, isolando la candidata in modo da renderne palese la sudditanza e menando fendenti a destra e manca a coloro che troppo spesso tirano la corda, ma in silenzio. E' il mestiere dell'imprenditore che esce allo scoperto, la tattica da usare con i soci di minoranza che rompono le balle, e con i dipendenti che accampano autonomia: qui comando io, e senza di me si salta tutti!

 

 

Avendo chiaro in molti il quadro di quello che stava accadendo, facile era la previsione: risolti i rapporti di potere interni deve dimostrare a tutti i costi che solo lui è il miracolo italiano, se riesce ha vinto, se non riesce i “suoi” sono incapaci, e la concorrenza è sleale. Tutto qui, un ragionamento semplice e tipico dell'imprenditore, perché il grande imprenditore, anche se non ha mai messo piede in una sezione di partito, per avere successo e mantenerlo deve avere nel dna la politica, dai rapporti con i soci a quelli con il sindacato, dai rapporti con i collaboratori a quelli con i clienti.

 

 

Gli ultimi dieci giorni scatena l'inferno, chi non lo ha pensato? Tutti sapevamo cosa sarebbe accaduto, e certo un rinvio avrebbe comportato sicura sconfitta, con sanatoria per tutte le regioni almeno i radicali avrebbero visto riammesse le liste escluse, in Lombardia per esempio. Quale tattica adotta il PD in questa fase? Non quella aggressiva, che certo avrebbe maggiormente pagato, ma l'allarme per il rischio Di Pietro, che comprende con i suoi mezzi ed i suoi modi con quali armi si combatte quella battaglia, se la si vuole vincere. Il basso profilo da partito di governo del PD in quel momento non paga più, si spera in una tregua armata dei vertici della CEI, mentre intorno si scatena la bufera in cui rimangono Di Pietro e Berlusconi a fronteggiarsi. Mentre gli altri spostano le loro attenzioni sui ricorsi nella speranza che vengano tutti respinti, la partita si gioca da un'altra parte. La campagna aggressiva, che subito si comprende essere la naturale scelta del Cavaliere, diventa oggetto di scontro solo per due soggetti. I due paladini del pubblico se le danno alle caviglie di santa ragione, gli altri giocatori passivi in campo ad attendere l'esito, ed il pubblico intorno a tifare. Cosa fare? E' in questo momento che la scelta sarebbe dovuta essere immediata e obbligatoria, costringere il PD ad entrare nella partita su terreno di gioco pesante, impedire ai candidati PD di farsi la guerra interna per le preferenze sfiancandosi, con gli stessi vertici locali tutti in corsa. Ecco cosa non è riuscito ai radicali. E l'esito diventa scontato quando la sera dell'occupazione della RAI, a viale Mazzini, dopo clamorose presenze del Presidente del Consiglio in ogni dove, fuori dai cancelli c'erano solo radicali. Poi arriva Montino e la compagna Cirinnà, Vita, due o tre altri e basta: senza nemmeno una bandiera del PD visibile in tutte le ore centrali della manifestazione, quelle con la stampa presente. In quel momento Monica Cirinnà, alla mia domanda di dove fossero i militanti del PD risponde che già sono allertati quelli della sezione Prati (non vorrei sbagliare, ma è quella di D'Alema) e che stanno per giungere con pifferi, tamburi e gagliardetti. Nemmeno una spilletta sono riuscito a vedere, ma forse sono cieco. Ormai la partita è persa, si vedrà dopo solo per pochi voti, ma si perde nel giro di quella manciata di giorni.

 

 

Vince Berlusconi per aver saputo trascinare sul ring un solo avversario, vince Di Pietro per essere sceso sul ring avendo accettato la sfida, perdono i radicali per non aver saputo fare lo stesso con il PD, perde il PD per non essere altro che una somma anonima, incapace di accettare una sfida su terreni difficili. Perdono, soprattutto, i radicali ignoti e quelli noti, che hanno pensato forse, ma solo forse, al possibile inizio di una rivoluzione nonviolenta.