Ancora sulla realpolitik di D’Alema

Con questo articolo non è mia intenzione ritornare sulla polemica in merito all’intervista rilasciata da D’Alema a Diego Bianchi, in arte Zoro, durante la festa dell’Unità di Ostia, intervista che ha fatto il giro della rete e innescato forti polemiche, forse perché una delle poche interviste a D’Alema senza aver concordato prima ogni singola virgola, o forse perché Zoro ha deciso di non avere più l’opportunità di fargli altre interviste.


di Diego Sabatinelli su imille.org


Uno dei passaggi più interessanti è quello sul diritto per le coppie omosessuali di sposarsi, dice il Presidente del COPASIR:“il matrimonio, come è previsto dalla Costituzione del nostro Paese, se non la si cambia, è l’unione fra persone di sesso diverso finalizzata alla procreazione, eccetera, e tra l’uomo e la donna, questo dice la Costituzione”. A questa diffusa interpretazione dell’art. 29 della Costituzione credo abbia risposto in modo appropriato il vicepresidente del PD, Ivan Scalfarotto, per cui si tende a leggere nel testo della Costituzione quello che più fa comodo, salvo dimenticarsi di quello che c’è scritto testualmente. In questo caso il presunto divieto costituzionale al matrimonio omosessuale depotenzia significativamente il dibattito sulla questione, togliendo a gran parte della nostra classe politica le c.d. castagne dal fuoco.


Su questo argomento ho già avuto modo di dire la mia: ritengo legittima la battaglia di chi vuole estendere il matrimonio alle coppie omosessuali, ma non la considero determinante per risolvere i problemi che si propongono in questo inizio secolo. Parto da premesse totalmente diverse da quelle da cui partono i D’Alema della nostra politica. Francamente delle sensibilità, o pruriti, di alcuni nostri concittadini poco m’importa, perché la libertà di ognuno è il bene primario da difendere, e quindi metro di ogni decisione. Se estendere il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso non lede o comprime le libertà fondamentali di altri, e questo è un dato di fatto, allora deve essere consentito e assolutamente garantito. In realtà, però, è l’istituto matrimonio che deve essere superato attraverso altre forme di convivenza, ed è a questo risultato rivoluzionario che si dovrebbe tendere: la libertà per ognuno di decidere quale tipo di rapporto tra sé e gli altri debba essere riconosciuto senza preconfezionamenti.


La tradizione di D’Alema viene da lontano, e possiamo dire che è nel DNA del nostro Presidente del COPASIR, carica che dona quell’alone di mistero e potere abilmente coltivati e propagandati. La tradizione e la scuola sono quelle del Pci, di cui molti ricordano il rapporto ambiguo con la stagione delle lotte per i diritti civili negli anni ’60 e ‘70. La discussione sul divorzio era vista come una questione tipicamente borghese, altri erano gli obiettivi da raggiungere: il progresso democratico e sociale attraverso l’incontro del movimento operaio e di quello cattolico. In questo quadro i c.d. “diritti civili” erano solo d’intralcio e il Pci era terrorizzato all’idea che la battaglia politica sul divorzio avrebbe aperto una frattura fra laici e cattolici. Per spiegare questa impostazione molti ricordano le parole rilasciate da Giorgio Amendola nella famosa intervista di Oriana Fallaci nel 1974: “la nostra opera laica andava fatta lentamente, la famiglia italiana era già travagliata: non poteva essere condotta su posizioni moderne attraverso una nuova guerra interna. A capire il divorzio bisognava ci arrivasse da sola, con una presa di coscienza”. Non si deve scordare come il Pci già durante i lavori della Costituente fece una chiara scelta passando dal voto contrario all’introduzione dei Patti Lateranensi nella Costituzione in sede di commissione, al voto favorevole in seduta plenaria. Nel ’70 lo stesso Pci di Berlinguer sceglie di sostenere la Dc e cerca in tutti i modi di evitare il referendum sul divorzio.


Fatte le premesse, rileggendo quanto ha dichiarato D’Alema in questa sfortunatissima intervista, si comprende come la storia tende a ripetersi se non si tenta di porre un freno sfiduciando quella tradizione e quell’apparato. Dice D’Alema: “… io credo che, insomma, il programma di governo oggi in Italia è quello di risanare il Paese e rimettere in movimento l’economia, riformare lo Stato, dopodiché si può governare e poi su queste questioni in Parlamento ognuno vota come vuole, nel senso che c’è, c’è una battaglia, come dire, ci sono due piani diversi, un piano è il piano del governo e l’altro quello di una battaglia culturale, politica sulla quale io sono per non fare compromessi perché ritengo sono questioni di principio sulle quali noi dobbiamo fare le nostre battaglie … oggi i grandi temi del governo del Paese sono quelli di risanare, riformare lo Stato, rimettere in movimento l’economia, premiare il lavoro richiedono un’ampia coalizione”. Nella parte conclusiva dell’intervista c’è tutto quanto ci siamo detti sulla tradizione del Partito Comunista Italiano, di quello che per tanti è stato il governo Pci – Dc nel nostro Paese: “… se una parte importante del nostro Paese ritiene che il matrimonio è un sacramento, e quindi io penso che il sentimento di questi italiani vada rispettato”.


E’ tutta in queste parole la storia e la tradizione che hanno ingessato il Paese per decenni, la convinzione che i grandi temi di governo siano altri rispetto ai diritti civili, e su un piano diverso e più alto. La realpolitik interviene su questi due fronti: sminuire l’importanza delle temutissime libertà individuali, perché necessità secondarie rispetto alle questioni di governo –ma se non sono garantite le prime il resto frana, come si assiste in questi giorni-, e la necessità di salvaguardare il Paese da uno scontro lacerante, tema caro a chi non ha nessuna voglia di un confronto perché non saprebbe come reggere alla costatazione che il Paese ha già maturato ben altre considerazioni e ha voglia di confrontarsi su ogni cosa, piuttosto che vedersi far fuori da tutto. Insomma, politica come conquista e gestione del potere a scapito della libertà e dignità degli individui che devono cedere davanti alla necessità di governare. Del resto, secondo questo ragionamento, certi temi “sensibili” devono rimanere confinati in ambito culturale o filosofico, certamente nulla a che vedere con la politica, quella vera.


Però, c’é sempre un però, in questi anni alcuni hanno pensato, arroganti, che il Partito Democratico fosse una via d’uscita da quel retaggio storico, un’alternativa diversa dalla semplice somma delle componenti ex PCI – DC impegnate a gestire una parte di quella storia e chiuse ad ogni spinta riformatrice. Sebbene la componente laica o laicista, ma insisterei anche con la componente “liberale”, sia nella base ben rappresentata e sostenuta, quei pochi che la rappresentano in Parlamento, e quei pochissimi negli enti locali, vengono visti come illusi “che cadono nella trappola della sfida di principi”. Ma è proprio l’esiguo numero di eletti che dovrebbero rappresentare tali istanze, nonostante il voto espresso dagli iscritti nelle varie fasi costitutive del PD, che danno il senso dello scollamento tra la dirigenza ed il popolo del PD , scollamento che si percepisce non solo nella vera e propria guerra tra le componenti “eredi”, ma nel fatto che una parte consistente di elettori e iscritti non è proporzionalmente rappresentata, né in Parlamento e né negli enti locali. A questo punto, da elettore obtorto collo nel 2008, e da non iscritto, mi domando: il PD doveva essere fin dall’inizio un esperienza di questo tipo, per cui una gran parte degli elettori viene presa in giro quando si è all’opposizione per poi essere delusa quando si governa perché di certi temi si fa fatica a parlare tranne quando uno “Zoro” sfugge al controllo?